Le Radici della Ceiba e dell’Ulivo

La ceiba e l’ulivo
Non so perché
questi solchi
che il bue traccia
come
scrittura antica e misteriosa
questi
bambini che calciano
una palla
di carta straccia
questa donna
grinzosa
di sole e
dolore
questo odore
di mucca
e cavallo
questo
cappello giallo
di paglia
e sudore
questi campi
di Cuba
che da
poche ore
mi
colmano gli occhi ed il cuore
non mi
sono nuovi.
Rivedo le mie genti
ed i miei
campi di Liguria
e tra
gli argenti degli ulivi
e gli
assolati muri
torno ad
udire
gli
zoccoli dei muli
risuonare sui
ciottoli duri
e
strusciando lenzuola
sulle pietre
del fiume
le donne
vociare
e
sibilare la falce sul fieno
e venir
meno
la mia
fanciullezza
come una
brezza
che si
perde tra l’erba ed il mare.
Con nostalgia struggente
in questi
campi di Cuba
rivedo la mia
gente.

Con il suo ventre fresco
mi
accoglie la Ceiba
sotto il
sole furioso.
Cercando riposo mi stendo
le
braccia e le gambe tendendo
caduto in
battaglia.
Nel cielo terso di Cuba
un nero avvoltoio
ed un
sole che abbaglia.
Un raggio trafora il fogliame
tra erbe
riarse e radici
di luci
incendia un puntino.
Curioso
in fretta mi alzo:
la piccina
moneta di rame
si mostra
allo sguardo vicino.
Di Iroko rammento la storia:
tre volte
attorno alla Ceiba
il tronco
tre volte ne tocco.
Cercando riposo mi stendo
le
braccia e le gambe tendendo
caduto in
battaglia.
I miei desideri li porta
un nero
avvoltoio
al sole
che abbaglia.

Quadretti Cubani
Al paladar
“Ahi compay,
para el pueblo de Cuba
arroz y frijoles
es lo único que hay”
mi dice Luis addentando il pollo
che pago in dollari al paladar.
“Cambien el cocinero”
è la mia provocazione.
“Ya lo hicieron en Nicaragua”
mi risponde un po’ stupito
“y no tienen ahora mismo
ni un frijol sano
ni de arroz un grano”.
In Cuba tutto ha
Il sapore agro e dolce
Della libertà.
Sulle
strade dell’Avana
“¿No me llevas contigo?”
mi domanda la mulatta
mentre spinge il carrozzino
dove un bel bambino nero
dorme il sonno più beato.
L’accompagna un giovanotto
Con camicia immacolata
Dei blue jeans di marca Levi
Scarpe nuove della Nike.
Lei si accorge dell’occhiata
E con fare spazientito
e un po’ molesta
Mi informa
non richiesta
Che il tipo
non è certo suo marito.
China il capo il giovanotto
ed ha cura di evitare
per benino
le pozzanghere fangose
che c’è il rischio di sporcare
con la melma
quelle sue scarpe costose.
Anche in Cuba c’è chi ha
nemmeno un briciolo di dignità.
La
stazione
E’ una fila così lunga
Che non so dove finisca.
Tutti sono ad aspettare.
C’è chi parla, c’è chi ride
E chi si limita a guardare.
Io invece
disperatamente
Cerco di ricordare
Chi mi ha detto che a Cuba
C’è il divieto di viaggiare.
Una scuola in campagna
“Yo también cumplí
con el sueño de Martí”
dichiara con orgoglio il bimbo
con divisa di Pioniere
mentre la maestra spiega
cosa fu Rivoluzione
ed io assisto alla lezione
con disagio
ed un poco di emozione.
Quel che il bimbo vuole dire
È che la scuola prepara
Con le idee e l’istruzione
Le speranze di domani
E che un popolo istruito
Non si piega
E non rinuncia
Alle sue motivazioni.
Ma ci son
due condizioni:
1) no al Bloqueo
2) basta con le aggressioni.
Il
turista
“Aragoste. Pago io per tutti
che per bontà di Dio e dei più
ho i soldi che al paese mio
forse basterebbero
per un piatto di penne al ragù”
E’ italiano per mia vergogna
La zotica carogna
Con codazzo al seguito
Di ruffiani scrocconi
imbroglioni
Sorridenti melensi
coglioni.
Ordina il pasto
Ordina da bere
E tocca il sedere
alle cameriere
Per far intendere
se bisogna
ciò che agogna
per dessert quella sera.
Risa schiamazzi
E ad un tratto nel frastuono
Tra il furioso e l’angosciato
Grida che gli han
rubato
L’orologio d’oro.
Anche a Cuba
c’è un prezzo da pagare
Per gli stolti ed i clienti
Delle lupanare.
Il santero
Mentre il vecchio mi sputa addosso il rum, cerca di soffocarmi con il fumo di un sigaro
e di incendiarmi con la fiamma di una candela biascicando formule in una lingua
anche a lui sconosciuta (Congo? Yoruba? O suoni senza
senso inventati per l’occasione?) ripenso a quando
entrai nella capanna qualche giorno prima. “Cosa stai
cercando?” Mi domandò il vecchio santero. “La
conoscenza” Risposi sapendo che la parola avrebbe sicuramente avuto il suo
effetto. Ci sedemmo sul pavimento poiché l’unica sedia
sgangherata era assolutamente impraticabile. Mi parlò degli Orisha
e dei loro miracoli, mi mostrò il pentolone colmo di cose strane e rugginose ed
altre più riconoscibili e ripugnanti in mezzo alle quali si contorcevano grossi
vermi neri: “Questo è Sarabanda” mi disse, “è molto potente”, mi raccontò come
si era procurato il teschio di un morto in una notte senza luna e come quel
teschio era di un medico e come ora lui sapesse molto di medicina perché egli
ed il morto adesso erano la stessa cosa, mi offrì una
bottiglia contente un liquido che
subito non riconobbi ma riconobbi gli stessi grossi vermi neri che vi nuotavano
dentro: “Sangue di caprone, anche questo è molto potente”. Per provarmelo mi
raccontò di quando una sua discepola si ammalò
gravemente e fu ricoverata nel reparto di rianimazione dove nessuno poteva
entrare, ma lui e la sua bottiglia passarono e nessuno li vide, perché
Sarabanda li proteggeva ed arrivato al letto dell’inferma mise una goccia del
liquido sulle sue labbra. La donna si risvegliò subito e già l’indomani lasciò l’ospedale perfettamente guarita.
“Tu sei Elegguà”
mi disse “Sei il padrone delle porte e dei crocevia.
La tua forza è l’astuzia e sei il consigliere degli altri Santi”. Io intanto
pensavo ai miei cinquant’anni di fallimenti e mi
chiedevo dove mai avessi nascosto tanta astuzia. “Ma
perché il Santo monti alla testa ci sono alcune cose che bisogna fare”. Mi
diede un elenco di cose da procurare: una candela, una
bottiglia di rum bianco, necessariamente bianco, alcuni sigari, dei
fiori bianchi ed una Spada di Santa Barbara, che è un bellissimo fiore di Cuba.
Santa Barbara è Changò che è il dio della forza ed io
non capivo cosa avesse a che fare con me, che ero Elegguà. “Changò è il tuo amico”
mi rimproverò “il tuo migliore amico”.
Ed ora sono qui e sto
rischiando la vita e la reputazione: cosa direbbero a casa
quando sapessero che ho lasciato che un vecchio santero
afrocubano mi sputasse addosso? E
tutto a causa della mia curiosità. La conoscenza, avevo detto al vecchio. Si potrebbe
anche chiamare così. La verità è che volevo capire se questa cultura che era
sopravvissuta alla Croce ed alla spada degli spagnoli, a secoli di schiavitù,
che era passata indenne attraverso il materialismo marxista ed ateo degli inizi
della Rivoluzione, se questa cultura, dicevo, avrebbe
resistito anche agli hamburger ed alle patatine con salsa ketchup. Ma mica potevo dirlo al vecchio!
Repressione poliziesca 1
Le ragazze attraversavano la
strada in fila ordinata, a due a due. Portavano una divisa caki che invece di
nasconderne le forme, le evidenziava ancor di più. Naturalmente all’effetto contribuiva il fatto che le altre donne presenti erano
vestite con abiti leggerissimi, gonne che coprivano ben poco e corpetti che
lasciavano scoperto tutto il possibile: questo perché nell’Oriente di Cuba il
sole scalda sul serio e gli abiti quasi inesistenti delle donne non servono
solo a sedurre. Era comunque singolare che in quel
frangente fossi più attratto da quelle ragazze fasciate nell’uniforme che dai glutei
e dai seni semicoperti che mi ballonzolavano attorno. Uno dei miei difetti più
grandi è che non riesco a dissimulare il mio interesse, quando esiste, e mi
fermai per guardarle meglio, nel mentre che chiedevo chi fossero
a Luis che mi fungeva un po’ da guida:
“Prigioniere, povere ragazze, jineteras che sono state arrestate dalla polizia ed ora
penano in carcere”.
Tutti coloro
che hanno anche solo sentito parlare di Cuba sanno che le jineteras
sono cacciatrici
di turisti. Gli esperti si dividono tra coloro che le considerano vere e
proprie prostitute e quelli che le dipingono come un gradevole aspetto del
folclore locale. Io credo che, come in tutte le cose, la verità stia nel mezzo
e sia soggettiva.
Resta
il fatto che non riuscivo a staccare gli occhi di dosso a
quella fila di belle ragazze in uniforme e non potevo fare a meno di notare
come fossero pulite, ben pettinate, con un velo di trucco appena accennato e le
unghie ben curate: nessun segno dei patimenti che si soffrono nei duri carceri
cubani, a detta di qualche sedicente dissidente.
Fu allora che successe.
Non so se dovuto al fatto che
io sia un bell’uomo o per
non perdere dimestichezza con il mestiere, una delle prigioniere che chiudevano
la fila, certamente accortasi dell’interesse che dimostravo nei loro confronti,
si fermò e mi fissò lanciandomi un sorriso che avrebbe sciolto anche un
iceberg. Durò solo pochi secondi perché un donnone, con tanto di manette e
manganello alla cintura, si avvicinò velocemente con un’andatura che ricordava un
tantino quella del rinoceronte quando carica.
Io ero molto spaventato e non
sapevo che fare.
Avrei voluto dire: “Lasci
perdere, compagna, la colpa è mia”.
Ma il
rinoceronte aveva già preso la mano della ragazza e sospingendola dolcemente
nella fila le diceva: “Ven, no te demoras
mi vida” (Vieni, non attardarti vita mia).
Repressione poliziesca 2
Calle Obispo
è una meta obbligata quando si visita L’Avana. Vi si
trova tutto e di tutto. Ho visto addirittura un negozio di cibo per animali: mi
son chiesto dove trovassero i clienti, perché in
tutta Cuba avrò forse incontrato due o tre gatti spelacchiati e pochi cani
scheletrici. Laggiù il problema è trovare cibo per gli umani ed è quindi
naturale che per gli animali avanzi poco. Le sensibilità non possono non essere
diverse dalle nostre: con quello che spendiamo
mediamente al giorno per un animale
domestico, noi dei paesi così detti sviluppati, un cubano avrebbe probabilmente
di che vivere per una settimana e forse più. Ma queste
sono altre riflessioni. Torniamo in Calle Obispo.
Dicevo che vi si trova di tutto, compresa ogni possibile forma di fauna
locale: da quello che ti offre sigari di contrabbando taroccati, al pensionato
che, per un dollaro, ti vuol vendere la moneta da tre pesos con l’effigie del
Che, alle giovani prostitute messe in fila come al mercato delle vacche, con
tanto di imbonitore che ne loda le qualità, alle jineteras
che sculettano ed ammiccano ai turisti attempati che si sentono solleticati nel
loro residuo di virilità.
Uno di questi camminava
baldanzoso al centro della via, scherzando con le ragazze, salutando,
scambiando battute con alcuni suoi compagni. Non che facesse
qualcosa di male, ma c’era nell’atteggiamento come una presunzione, un evidente
sentimento di superiorità nei confronti dei nativi, che non poteva venire se
non dalla consapevolezza di possedere qualche dollaro che i cubani non hanno.
Alle spalle del turista apparve
ad un tratto un uomo, visibilmente ubriaco, cristando,
bofonchiando, sputando sul selciato.
Con una coordinazione di
movimenti che aveva del miracoloso, considerato lo
stato di precarietà dell’equilibrio provocato dalle troppe libagioni di rum,
costui assestava nella parte bassa posteriore del turista, chiamata anche
sedere, un calcione dotato di tutti i sentimenti.
Questo fatto in una qualsiasi
delle nostre strade non avrebbe suscitato più clamore di tanto.
A Cuba è diverso. Lì tutti si
sentono in dovere di intervenire, dire la loro, dare consigli e discutere i
punti di vista, inevitabilmente contrastanti, che affiorano sugli argomenti più
disparati.
Si formò così una piccola folla
i cui pareri erano equamente suddivisi tra chi voleva che all’uomo fosse dato
un castigo esemplare e coloro che invece propendevano
per il perdono ed anzi, quasi non riuscivano a nascondere una punta di
ammirazione nei suoi riguardi. Nel frattempo giunsero anche madre e sorella del
calciatore di deretani stranieri, cercando inutilmente di trascinarlo via da
quel luogo, poiché sembrava che, il burlone, si divertisse ad assistere a tutto
quel pandemonio che aveva provocato con un semplice calcio alle terga di uno
che neanche conosceva, o di cui forse conosceva bene
la specie.
Era inevitabile che tutto quel
bailamme attirasse l’attenzione di qualche agente di polizia che non si fece
attendere più di tanto.
Con cipiglio severo prese il
colpevole di lesa maestà turistica sotto braccio, facendo un cenno alle due
donne perché lo seguissero, e lo accompagnò fino all’angolo più vicino, lì fece
loro una breve ramanzina, prese carta e penna e
scrisse la ricetta di una tisana per i postumi della sbornia, che consegnò alla
madre, raccomandando loro di tornare a casa senza fermarsi in nessun luogo.
Tornò poi dal turista e,
gentile e sorridente, domandò: “Lei voleva denunciarlo?”. “Certamente no” fu la risposta di chi aveva
capito che forse qualche ragione c’era per quel calcio nel sedere.
(Gio Batta
Prevosto – Titen)
